#ICareProjects

Piccoli occhi dal mondo

2 dic , 2014  

I ragazzi di Maitri, India

Oggi vi voglio raccontare dell’iniziativa di due amiche che la malattia del viaggio l’hanno presa forte: si chiamano Stefania e Beatrice, e stanno organizzando una mostra fotografica.

Ve ne parlo qui perché non è una mostra fotografica fine a se stessa: tutti gli scatti esposti sono in vendita, e il ricavato verrà interamente devoluto a Maitri, una ONG con sede a Bodhgaya, nello stato del Bihar, India settentrionale.

Quella del Bihar è una delle regioni più povere e più densamente popolate del paese, e Maitri gestisce diversi progetti laggiù, soprattutto di carattere umanitario e sanitario: se date un’occhiata al loro sito  ve ne renderete conto da voi!

Ma perché proprio Maitri?

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Sui karen e sulla sostenibilità, con qualche ortaggio di mezzo

14 ott , 2014  

Karen Thailandia

Nel mese in Thailandia ho partecipato ad un progetto che si occupa di reintrodurre gli elefanti alla vita selvatica,  durante quest’esperienza sono stata ospite di una famiglia di karen, nel villaggio di Huay Pakoot.

I karen sono una delle cosiddette “tribù delle montagne” che popolano il nord della Thailandia, una delle più numerose. Di origini birmane, hanno iniziato ad abbandonare il loro paese natale verso la metà del Diciottesimo secolo, in seguito agli scontri col governo di Rangoon, per stabilirsi in quella che tutt’oggi è una zona di confine, non soltanto dal punto di vista geografico.

Storicamente, una delle principali forme di sostentamento di queste tribù era rappresentata dalla coltivazione dell’oppio, soprattutto nella zona del Triangolo d’Oro: parlo al passato perché dal 1969 la Royal Project Foundation, per contrastare questo genere di commercio, ha avviato alcuni progetti che si occupano di incentivare l’artigianato tradizionale oltre che la coltivazione di frutta, verdura e caffè (a questo proposito, se capitate a Bangkok attorno al 12 di Agosto, fate un salto al Central World, dove si tiene un vero e proprio mercato di questi prodotti ).

Ma torniamo al nostro villaggio.
Quelle di Huay Pakoot sono case che paiono reggersi soltanto sulla speranza di non cadere, sono molto essenziali, diciamo così, eppure hanno tutte una televisione!
Capirete che questa cosa mi ha fatto un po’ strano, così ho chiesto: la televisione è stata un regalo del governo thailandese, alla fine degli anni Novanta; come dicevo, da sempre la frontiera con la Birmania è una zona di attrito, per di più abitata da popolazioni che per la loro storia e la loro cultura sono difficili da “controllare”: quale modo migliore per farlo? Più tv per tutti, insomma! Ecco spiegato il mistero.

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#ICareProjects

Perchè la scuola non è sempre un diritto di tutti!

12 set , 2014  

Studiare in Thailandia

Oggi è ricominciata la scuola, e non posso non pensare a questa foto che ho scattato in Thailandia: ci sono dei posti in cui i bambini studiano su quello che gli capita, perchè non è sempre tutto facile nella Terra Del Sorriso. Ma ci sono dei posti in cui non possono fare neanche questo.
Agire è in appello per le popolazioni di Gaza, Siria e Iraq, dove tanti bambini non avranno la possibilità di riprendere l’anno scolastico. Tante volte sfogliamo il mappamondo alla ricerca della prossima meta senza pensare che dentro quei confini che facciamo scivolare sotto le dita ci vivono delle persone vere. Abbiamo pubblicato due testimonianze che ci hanno dato una mano a ricordare, nella speranza che facciano lo stesso effetto anche a voi.
Speriamo in tanti primi giorni di scuola!

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#ICareProjects

Elefanti e mahout: benvenuti a Huay Pakoot

2 set , 2014  

Huay pakoot Mahout

Quelli vissuti a Huay Pakoot sono stati tra i momenti più intensi dell’ultimo viaggio in Thailandia, e una grande parte del merito va ai karen, che ci hanno accolti a casa: già il fatto di aver vissuto insieme a loro è stata una bellissima esperienza.

Il progetto che siamo andati a visitare a Huay Pakoot si occupa di reintrodurre gli elefanti alla vita selvatica: siamo quindi andati ad incontrarli a casa loro, nella foresta, partendo di prima mattina sotto la guida di un mahout.

Fare trekking (se così si può dire) da quelle parti non significa camminare su sentieri più o meno impegnativi, ma piuttosto stare appresso ad un tizio che si apre la strada a colpi di machete perché di sentieri proprio non ce ne sono: bisogna soltanto seguire le orme degli animali.

In situazioni del genere, si sa a che ora si parte ma non si sa a che ora si torna, perché gli elefanti hanno la brutta abitudine di non lasciar detto dove vanno, gli piace farsi trovare; a dirla tutta non si può neanche sapere cosa succederà durante l’incontro, perché è la natura a decidere, bisogna soltanto avere l’umiltà di adeguarsi.

Credo che questo sia uno dei grandi insegnamenti che mi ha lasciato la foresta, oltre alla consapevolezza del fatto che un elefante (ma questo è un discorso che vale in generale) è tutta un’altra storia se lo affronti nel suo ambiente piuttosto che nel tuo: se ha fame, banalmente, prima che te ne accorgi ha già staccato un albero intero con la proboscide, e tu che sei lì a vedere puoi soltanto rimanere di sasso e sentirti piccolo e impotente.

Quando finalmente li abbiamo raggiunti, ci siamo fermati ad osservarli per circa due ore, registrando i loro comportamenti su un diario, e io qui ne anche ho approfittato per fare quattro chiacchiere col mahout, perché volevo capire meglio: questa persona che riesce a distinguere le impronte del suo elefante da quelle di un altro mi ha affascinata, io che alle volte neanche le vedevo le impronte (lo so che sono grandi, ma non avete l’idea del casino in cui abbiamo messo i piedi).

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#ICareProjects

Singburi: l’importanza di lasciare il segno

8 lug , 2014  

wep Singburi

“Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato, in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero, o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualche cosa da ciò che era prima in qualcos’altro che porti poi la nostra impronta. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere, sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, sul quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta una vita”.

[Ray Bradbury, ‘Fahrenheit 451’]

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Kangaroo Island

1 lug , 2014  

Leoni marini a Seal Bay

Kangaroo Island è uno di quei posti che a definirli unici al mondo di certo non si sbaglia: se decidete di andare in Australia fateci un salto, non ve ne pentirete!

Coi suoi 155 km di lunghezza e circa 50 di larghezza, è la terza isola australiana per estensione; si trova nello stato del South Australia, a 30 minuti di volo da Adelaide, o in alternativa a 45 minuti di traghetto da Cape Jervis.

La particolarità di Kangaroo Island sta nel fatto che più di un terzo del suo territorio è adibito a parchi nazionali o riserve naturali: ce ne sono in tutto 18. Su quest’isola sono presenti tantissime specie autoctone, diverse specie a rischio estinzione, e specie che altrove si vedono solo in fotografia, ed è proprio per questo motivo che le regole d’ingresso sono severe e i divieti rigidi: è quindi necessario informarsi con attenzione prima di partire.

A Kangaroo Island ci ho passato quattro giorni, che secondo me è il minimo per godersi l’isola senza troppa fretta.
Ho dormito in un B&B poco fuori Kingscote, e Norman, il proprietario, mi ha consigliato un koala walk non troppo distante da lì, sulla strada per il Flinders Chase National Park: niente di organizzato, semplicemente una macchia di eucalipti dove si è stabilita una bella colonia di questi animali. La struttura, se così possiamo chiamarla, viene mantenuta dalle donazioni dei visitatori che vogliono versare un obolo per i volontari che si occupano di tener pulita l’area.

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