Intervista a Lodovico Mariani di Intersos

Delle iniziative di Agire abbiamo già parlato in un post qualche tempo fà. E con lo stesso spirito oggi vogliamo raccontarvi quali sono stati gli interventi nelle Filippine, dopo il passaggio del tifone che ha colpito quasi 15 milioni di persone. Agire e Croce Rossa Italiana hanno attivato una mobilitazione straordinaria per far fronte all’emergenza, in cooperazione con alcune ONG tra cui Intersos che, nello specifico, si è concentrato nei principali distretti del Municipio di Tanauan, nella regione di Eastern Visayas, Provincia di Leyte, a 20 km a sud di Tacloban City, capitale provinciale. In circostanze di questo genere, la priorità è quella di provvedere ai servizi di prima necessità, soprattutto a quelle strutture che garantiscono assistenza alla popolazione. L’esperienza di chi ci è stato è sempre il modo migliore per capire qual è la situazione attuale della nazione e come è possibile sostenere le attività nel futuro. Lodovico Mariani, capo missione dell’intervento di Intersos nelle Filippine, arrivato nei territori colpiti a poche ore dal passaggio del tifone Haiyan.
Lasciamo a lui il racconto dell’esperienza filippina.

Da quanti anni operi in questo campo?

Sono un operatore umanitario da 10 anni. Dopo la laurea in scienze politiche ho lavorato alcuni anni nel terzo settore in Italia, come dirigente di cooperative sociali. Nel 2004 la mia prima missione estera è stata in Afghanistan, paese martoriato da anni di guerra e da allora ho sempre lavorato in situazioni di crisi e in zone di conflitto, come Pakistan, Libano, Sud Sudan, Iraq, Sri Lanka e Filippine, rivestendo diversi ruoli di coordinamento per INTERSOS.
Dal 2011 sono inoltre responsabile del programma di formazione di INTERSOS, un’attività che amo e mi regala molte soddisfazioni: pensare di trasmettere la passione per questo lavoro e le competenze necessarie a svolgerlo al meglio a una nuova generazione di operatori dà un nuovo senso agli sforzi e alle difficoltà che si incontrano quotidianamente nel nostro settore.

Che impatto hanno su di te le esperienze di questo tipo? Cosa ti riporti a casa ogni volta? Qual è la molla che ti ha spinto a partire la prima volta e perchè continui a farlo?

Sono partito per conoscere il mondo con occhi diversi, attraverso la condivisione con chi – nato dalla parte “sbagliata” – vive in situazione di estrema povertà e insicurezza. Unirmi a loro, lavorare insieme nel tentativo di migliorare le condizioni di vita di migliaia di persone in difficoltà, mi ha permesso di coniugare la curiosità per l’altro e l’esigenza di fare una professione utile, scelta che già avevo fatto nel mio lavoro in Italia, sempre nel sociale. Fare l’operatore umanitario sul lungo periodo può diventare faticoso: sempre a contatto con problemi e sofferenze, con la consapevolezza che a volte gli sforzi non sono sufficienti a risolvere le situazioni complesse che ci troviamo di fronte….per reggere bisogna essere profondamente motivati. Per me questa motivazione, ancora forte dopo tanti anni, deriva dalla consapevolezza dell’arricchimento personale che l’ incontro con l’altro dischiude e dal sentire che – anche se non si riesce a fare tutto – il tuo apporto serve a restituire un po’ di dignità alle comunità colpite.

Philippines, Tacloban - foto ALESSIO ROMENZI
Philippines, Tacloban – foto ALESSIO ROMENZI

Quale situazione hai trovato al tuo arrivo?

Il 9 novembre arriva una telefonata del Segretario Generale di Intersos: “Lodo, le Filippine … “ Si Marco, va bene, mi organizzo e parto!”. Dopo poche ore ero su un aereo per recarmi a Cebu, seconda città delle Filippine, il centro dove convergevano gli aiuti umanitari provenienti da tutto il mondo. In poche ore suddividiamo i compiti: Saverio rimarrà a ricevere i cargo di aiuti umanitari mentre io il giorno dopo mi recherò direttamente a Tacloban, la città maggiormente colpita dal tifone e dall’onda che si è alzata ed abbattuta con violenza sulla costa.
La città era sommersa dal fango e da detriti ovunque, poche le case rimaste in piedi. Si percepiva il senso di smarrimento di una comunità profondamente colpita, che cercava di capire da che parte cominciare a ripartire, ancora troppo scossa dall’enormità dell’evento. Lungo le strade venivano allineati i cadaveri che spuntavano dalle macerie, odore acre di marcio e di morte; in queste situazioni si deve riuscire a ricordare il perché si è lì, mantenere la lucidità per capire la situazione e come e dove si può intervenire per supportare la comunità, non è semplice e toglie molte energie, ma è necessario farlo per poter sostenere le comunità perché possano cominciare a ricostruire il proprio futuro.

Come ha reagito la popolazione al vostro intervento?

Dopo i primi momenti di prostrazione e di incapacità di reazione dovuta allo shock, la risposta della popolazione e della comunità filippina è stata davvero notevole. C’era una grandissima gratitudine espressa non solo a voce ma anche attraverso i sorrisi e la disponibilità delle persone. L’elemento fondamentale era quello di sentirsi affiancati nel momento del bisogno, che ci fosse qualcuno al loro fianco davanti a tutta quella distruzione che dimostrasse solidarietà e voglia di ricominciare insieme.
La mobilitazione è stata forte, dall’associazione filippina dei costruttori, che gratuitamente si è mobilitata in modo massiccio per lo sgombero delle macerie, alle persone comuni: il supporto reciproco è stato forte e diffuso, l’apporto dei volontari, essi stessi vittime della tragedia, fondamentale per poter portare immediato supporto a chi era maggiormente in difficoltà. Dallo scaricare gli aiuti ad aiutare a montare le tende ad effettuare la pulizia delle aree dove reinsediarsi, nei primi giorni è avvenuto tutto in un forte spirito di solidarietà reciproca.

Le filippine sono da sempre una meta di viaggio molto ambita: c’è una possibilità concreta di aiutare la popolazione pur essendo turisti di passaggio?

I giorni che ho trascorso nelle Filippine sono stati dedicati agli interventi di primissima emergenza, non ho quindi avuto occasione di entrare in contatto con realtà organizzative locali che si occupano di sviluppo del territorio, a mio parere il modo migliore come turisti per supportare i territori e le popolazioni è quello di viaggiare con uno stile ‘a basso impatto’, cercando di utilizzare servizi e strutture locali in modo da innalzare il reddito da lavoro delle comunità in cui andiamo a goderci la vacanza. Insomma, se invece che nei grandi resort ci si prende la pazienza e il divertimento di andare alla scoperta delle piccole realtà locali per godersi la vacanza non solo si aiuta concretamente lo sviluppo locale ma ci si arricchisce anche molto di più.

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