Studiare in Thailandia

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Perchè la scuola non è sempre un diritto di tutti!

12 set , 2014  

Oggi è ricominciata la scuola, e non posso non pensare a questa foto che ho scattato in Thailandia: ci sono dei posti in cui i bambini studiano su quello che gli capita, perchè non è sempre tutto facile nella Terra Del Sorriso. Ma ci sono dei posti in cui non possono fare neanche questo.
Agire è in appello per le popolazioni di Gaza, Siria e Iraq, dove tanti bambini non avranno la possibilità di riprendere l’anno scolastico. Tante volte sfogliamo il mappamondo alla ricerca della prossima meta senza pensare che dentro quei confini che facciamo scivolare sotto le dita ci vivono delle persone vere. Abbiamo pubblicato due testimonianze che ci hanno dato una mano a ricordare, nella speranza che facciano lo stesso effetto anche a voi.
Speriamo in tanti primi giorni di scuola!

Alberto, dopo il suo viaggio in Libano

La tragedia siriana si legge negli occhi dei bambini. Sono occhi da vecchi. Occhi che hanno visto ciò che nessuno dovrebbe mai vedere. Eppure quegli sguardi sono pieni speranza, hanno sete di futuro. Nonostante tutto. E nonostante una guerra che ancora non ha conosciuto la parola fine. Incrociamo per la prima volta questi sguardi nella cittadina di Arsal. Ultima frontiera del Libano. A ridosso delle montagne siriane, dietro le quali si sente forte e chiaro l’eco delle bombe e della morte. In questa specie di “terra di nessuno” Terre des Hommes è presente per fornire aiuto ed assistenza ai cittadini siriani in fuga dalla loro terra martoriata. Siamo a oltre 1.500 d’altezza e il freddo è pungente e ti entra nelle ossa. Qui ogni giorno arrivano migliaia di persone. Uomini e donne che hanno perso tutto. A cui è stata sottratta la vita. A cui è stata negata l’eccezionale normalità del quotidiano. Uomini e donne che hanno visto morire i loro cari, distruggere le loro case. Gente che non ha più nulla. Al di là della disperata voglia di ricominciare a vivere. E tra questa folla martoriata dal dolore spiccano gli occhi di centinaia di bambini. Molti arrivano nudi, disidratati, affamati. Spesso hanno perso uno o entrambi i genitori. Bimbi che si sono visti morire davanti madri e fratelli. Bimbi a cui è stata strappata l’infanzia e a cui è stato negato il sacrosanto diritto all’innocenza.

In questa landa piena di sofferenza e di speranza abbiamo incrociato tanti occhi. E dietro ogni sguardo una storia. Una vita. Mohammed ha 12 anni e due occhi neri grandissimi e scaltri. Appena lo incontriamo è diffidente, non accenna nemmeno a un sorriso. O a un saluto. Si avvicina a noi dopo un bel po’. La prima cosa che fa è mostrarci un vecchio cellulare in cui tiene gelosamente custodite foto e video. Scorriamo qualche immagine. Non avremmo mai pensato che quelle foto ritraessero e immortalassero tanta violenza. Con fare da “adulto” consumato ci mostra le foto dei sui due fratelli più grandi, che – racconta – sono stati uccisi dai militari dell’esercito regolare siriano. Ci mostra i loro corpi senza vita. Martoriati da una violenza cieca e da una furia disumana. Ci mostra con orgoglio anche un video del suo papà col fucile in mano. Ci dice che non sa che fine abbia fatto e se sia ancora vivo. Sua madre invece è rimasta in Siria con la sua sorellina più piccola. Non hanno più una casa e vengono ospitati da una lontana parente che vive in un villaggio a ridosso del Kurdistan iracheno. Ci invita nella sua tenda. Qui è con sua zia e i tre figli di lei. Ci offre del thè e dalla tasca estrae delle caramelle alla fragola. E’ tutto quello che ha. Ci sta donando il calore del suo cuore. E in cambio non ci chiede nulla. È bellissima Karima. Ha 9 anni e due enormi trecce rosse che fanno contrasto con i due enormi occhi verde smeraldo. Lei si avvicina subito a noi e inizia a raccontarci la sua storia. Arriva dalla città forse più martoriata della Siria: Homs. Ci dice che è rimasta illesa per miracolo da un bombardamento alla sua scuola, che aveva causato la morte di più della metà dei suoi compagni di classe. Ma lei la scuola non la odia. Anzi. Ci racconta che vuole tornarci e che le manca tanto. Anche lei ci porta nella sua tenda. Ci presenta la sua mamma che ha appena 26 anni e il suo fratellino Ezat che invece di anni ne ha solo due. Il papà è morto pochi mesi fa. Ci mostra una collanina con la mano di Fatima. Suo padre gliela aveva regalata per il suo compleanno, l’anno scorso. Poi ci prende da parte e ci mostra i suoi quaderni e le sue matite colorate. E con un po’ di timidezza ci “presenta” i suoi disegni. Ce ne colpisce uno in particolare. E’ ritratta la mano di Fatima e accanto un volto di un uomo con i capelli rossi. E in fondo al foglio un grande cuore con dentro qualcosa di simile alla sagoma di un fucile.

Alberto Dandolo Terre des Hommes, Libano

LA GUERRA DELL’ACQUA IN SIRIA I BAMBINI LAVORANO ACCOGLIENDO ACQUA E RIFIUTI – Sos Villaggi dei bambini

Una storia di sofferenza è scritta nelle ruvide mani di Ahmad, un bambino di 10 anni, che vive da due anni nel quartiere di Al Hamdania Tishrin, ad Aleppo. Lì, in un edificio in costruzione abbandonato dagli operai quando scoppiò la guerra, si rifugiò insieme ai suoi genitori e ai 9 fratelli.

“Come posso dimenticare quel giorno? Arrivarono degli uomini armati, davanti a casa nostra. Buttarono giù le barricate. I miei fratelli gridavano. Avevamo tanta paura. Non mi piace stare qui. Sembra un mostro questo edificio. La mia vita è cambiata. Mi sveglio ogni mattina non per andare a scuola, ma per lavorare. Tutti i bambini lavorano qui. Non giochiamo più. Dobbiamo aiutare i nostri genitori a guadagnare dei soldi”. Ahmad si sveglia presto e cammina tra gli scheletri di cemento e ferro per trovare plastica, metallo e pane secco. Raccoglie tutto in un contenitore e poi lo separa per venderlo ai negozianti. Lui e la sua famiglia lavorano dalle 6 del mattino alle 18 di sera per 600 sterline siriane (circa 3,00 €).

“Non posso andare a scuola o giocare. Trascorro metà della mia giornata a raccogliere rifiuti e l’altra metà a trasportare acqua. La prendo dai rubinetti che trovo negli edifici, quando riesco ad aprirli. E’ pesante portare i contenitori pieni d’acqua. Ci metto mezz’ora per portare l’acqua e poi devo stare in fila 3 o 4 ore per riempire un bidone. Ieri, un uomo che aveva perso il suo contenitore mi ha colpito sulla testa e rubato i miei. Sono tornato a casa senz’acqua. Mi vergognavo. Ho preso altri contenitori e sono ritornato là. Sulla strada ho trovato per terra il mio vicino Rama. Ha 4 anni. Era svenuto per il caldo”.

Bambini e famiglie “difendono” i rubinetti. Ce ne sono solo 6 rubinetti in 100 edifici. La coda è lunghissima. “Non sempre riusciamo a stare in coda. Spesso per la stanchezza torniamo indietro a mani vuote. Noi non ci possiamo lavare se non una volta al mese”. Ahmed guarda l’orizzonte, dove si scorge un fumo nero: “Vivevo là. Avevo acqua pulita, sempre. Mia madre cantava per me, ogni notte, per farmi addormentare. Ora dormo sul pavimento e sento solo il rumore di proiettili e granate. Io di solito non sogno, ma a volte mi sveglio con la sensazione di avere grossi insetti che strisciano sul mio corpo.”

About Cabiria Magni

Asia&Australia addicted, mango lover & certified dreamer. On my way to Shangri-la still practicing with zombie killing. Now backpacker, aspiring yogi for my future lives.


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