wep Singburi

#ICareProjects

Singburi: l’importanza di lasciare il segno

8 lug , 2014  

“Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato, in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero, o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualche cosa da ciò che era prima in qualcos’altro che porti poi la nostra impronta. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere, sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, sul quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta una vita”.

[Ray Bradbury, ‘Fahrenheit 451’]

Forse come premessa è un po’ lunga, ma questo estratto fotografa benissimo lo spirito che sta alla base dell’altro progetto cui prenderemo parte con la WEP in Thailandia, così non ho potuto farne a meno: il buon vecchio Bradbury senza saperlo mi ha dato una grossa mano!

wep Singburi volontari

Andremo nella regione di Singburi, a circa 140km da Bangkok in direzione nord, dove per qualche giorno saremo parte attiva di una realtà che opera negli orfanotrofi e nelle scuole, con studenti dai 7 ai 18 anni.
Vivremo quindi in un camp, una specie di quartier generale dove avremo modo di interagire con i volontari, con gli studenti, e con i bambini, a stretto contatto con la vita di tutti i giorni e le sue tradizioni.

L’attività principale per chi come noi decide di fare un’esperienza del genere è quella dell’insegnamento dell’inglese, e come per il progetto di Huay Pakoot anche qui secondo me a fare la differenza è l’approccio; nessuno si illude che in due settimane, un mese o il tempo che ci si ferma, qualcuno possa insegnare a qualcun altro una lingua, qui l’obiettivo è un altro, ed è molto più ambizioso: si tratta di incuriosire.

Non è tanto il buttare là due regole di grammatica per parlare, quanto il far nascere la voglia di studiarle.
Ora qui a parte i volontari che si occupano del progetto a tempo indeterminato, di educatori professionisti non ce ne sono, qui ci sono delle persone che hanno deciso di investire del tempo e di rimettersi un po’ in discussione, perché per far nascere desideri di questo tipo, bisogna prima fare i conti con se stessi.

Ed è proprio per questo motivo che ho scomodato l’ambizione: come faccio io, che ti piombo in casa dal nulla, a far venire un desiderio del genere a te che sei thai, che hai la tua vita e il tuo villaggio, e quasi sicuramente non mi vedrai mai più quando me ne sarò andata?

Personalmente mi sono data una risposta che nella sua semplicità è una cosa complicatissima: si tratta di creare un legame, un rapporto tale per cui ci sia uno scambio, fossero anche soltanto sensazioni positive che meritano di essere raccontate.
Banalmente: se io sto bene con te perchè mi fai divertire da pazzi o mi fai vedere una cosa che non conoscevo, ecco, mi piacerebbe anche comunicarti la mia meraviglia, o addirittura ringraziarti. Poi magari ti faccio meravigliare io e siamo felici in due.

Singburi volontari

Questo è il motivo per cui mi sono messa a studiare un po’ di indonesiano, ad esempio: i bambini dell’asilo dell’ashram che frequento a Bali non sanno una parola di inglese e non vi dico la mia frustrazione quando ci scontravamo nei nostri dialoghi muti! Certi sguardi impagabili di cui non conoscevo la ragione, e per alcuni non l’ho scoperta mai.
Credo che la sensazione d’impotenza sia una delle peggiori da sperimentare, anche per le cose piccole.

E qui si tratta appunto di partire dalle cose piccole, e fare in modo che crescano forti nella loro indipendenza: un bambino che dice thank you perché lo sente davvero, quella parola non se la scorderà per il resto della sua vita, un bambino che lo dice perché lo ha studiato su un libro magari tra un po’ se lo dimentica.
Ho tentato di studiare l’indonesiano anche da casa, ma la sapete una cosa? Le frasi che mi ricordo meglio sono quelle che ho imparato “sul campo”, che magari sono pure sgrammaticate, ma di sicuro sono arrivate dove dovevano arrivare, con tutto il gesticolare del caso.
Di informazioni ne abbiamo fin troppe, sono le sensazioni quelle che alle volte mancano.

Mica male come obiettivo, no?
Credo che sia un buon modo per provare a fare i giardinieri, e lasciare un segno su quel prato: vi saprò dire se riesco a piantare almeno un semino, in barba al mio proverbiale pollice verde che in passato è riuscito perfino ad uccidere un cactus.

Fate il tifo per me, insomma, che pare ce ne sia bisogno!

About Cabiria Magni

Asia&Australia addicted, mango lover & certified dreamer. On my way to Shangri-la still practicing with zombie killing. Now backpacker, aspiring yogi for my future lives.


5 Responses

  1. francie74 scrive:

    Altroché se faccio il tifo! Appena avrò cresciuto un po’ di più i miei ragazzi mi piacerebbe tanto fare un’esperienza simile. E credo proprio che la farò!

  2. lucavivan scrive:

    Citare Bradbury vale 100 punti karma :)

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: