Karen Thailandia

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Sui karen e sulla sostenibilità, con qualche ortaggio di mezzo

14 ott , 2014  

Nel mese in Thailandia ho partecipato ad un progetto che si occupa di reintrodurre gli elefanti alla vita selvatica,  durante quest’esperienza sono stata ospite di una famiglia di karen, nel villaggio di Huay Pakoot.

I karen sono una delle cosiddette “tribù delle montagne” che popolano il nord della Thailandia, una delle più numerose. Di origini birmane, hanno iniziato ad abbandonare il loro paese natale verso la metà del Diciottesimo secolo, in seguito agli scontri col governo di Rangoon, per stabilirsi in quella che tutt’oggi è una zona di confine, non soltanto dal punto di vista geografico.

Storicamente, una delle principali forme di sostentamento di queste tribù era rappresentata dalla coltivazione dell’oppio, soprattutto nella zona del Triangolo d’Oro: parlo al passato perché dal 1969 la Royal Project Foundation, per contrastare questo genere di commercio, ha avviato alcuni progetti che si occupano di incentivare l’artigianato tradizionale oltre che la coltivazione di frutta, verdura e caffè (a questo proposito, se capitate a Bangkok attorno al 12 di Agosto, fate un salto al Central World, dove si tiene un vero e proprio mercato di questi prodotti ).

Ma torniamo al nostro villaggio.
Quelle di Huay Pakoot sono case che paiono reggersi soltanto sulla speranza di non cadere, sono molto essenziali, diciamo così, eppure hanno tutte una televisione!
Capirete che questa cosa mi ha fatto un po’ strano, così ho chiesto: la televisione è stata un regalo del governo thailandese, alla fine degli anni Novanta; come dicevo, da sempre la frontiera con la Birmania è una zona di attrito, per di più abitata da popolazioni che per la loro storia e la loro cultura sono difficili da “controllare”: quale modo migliore per farlo? Più tv per tutti, insomma! Ecco spiegato il mistero.

Sono stata accolta in famiglia con la tradizionale cerimonia del gee-ju, durante la quale la padrona di casa mi ha legato un filo di cotone attorno al polso, mormorando delle preghiere incomprensibili in lingua packinyaw: a Huay Pakoot il thailandese non lo parla praticamente nessuno, non che con me avrebbe fatto una gran differenza, s’intende, e lo stesso succede negli altri villaggi.
Mi sono state offerte una camera e una cena, oltre che una tazza di the bollente quando il sole era già tramontato, e questa permanenza non ha fatto altro che riaccendere e amplificare una serie di dubbi che mi porto appresso tutt’ora.

Quando si dice karen si pensa subito alle donne giraffa.
Quella degli anelli per allungare il collo è una tradizione antica di decenni, che è stata trasformata in un vero business, al pari di quello della coltivazione dell’oppio, lasciatemelo dire, e la domanda che mi sono posta è: su questa pratica, al giorno d’oggi, quanto pesa l’imposizione e quanto invece la necessità di sopravvivere?

Mi spiego meglio. Prima di partire (e anche ora in realtà) l’idea dei pullman di turisti che si fiondano nei villaggi come se entrassero in uno zoo mi faceva abbastanza schifo, ecco perché non ho nemmeno preso in considerazione di fare questa “escursione”, e sottolineo la parola escursione, così diamo bene l’idea del safari umano.
Poi però ho parlato con degli amici che hanno avuto un’esperienza diretta con una ragazza, figlia proprio di una donna giraffa, che è riuscita ad andare all’università grazie al sacrificio della madre: dietro quei sorrisi di scena si nasconde una scelta d’amore fatta con grande sofferenza.
Ora io mi rendo perfettamente conto che su questa sofferenza c’è qualcuno che ci marcia, ma alla fine chi ci perde di più se decidiamo di boicottare?

Io non sono andata in uno di questi villaggi Padong a vedere lo “spettacolo”, ma non per questo sono convinta di aver fatto la scelta giusta, e lo stesso discorso vale per i campi di elefanti, per fare un esempio tra i tanti: non ci sono stata e di principio sono contraria, ma quando un ragazzo mi dice che affittare l’elefante di famiglia a una di queste strutture è l’unico modo per mantenere tutti, cosa gli devo rispondere? Gli dico oddio che orrore povero elefante? Quello giustamente prima pensa al fratello o alla madre, lo farei pure io.

Non lo so, onestamente non lo so, e ogni volta che parto, anziché chiarirmi le idee me le confondo.

Tribù Karen Thailandia

Quando ci si mischia con una cultura diversa, ci si accorge che tutte le difese e tutte le barriere vengono a mancare, che non esistono più giusto e sbagliato, ma soltanto un’immensa zona d’ombra, dove tutti hanno le loro ragioni, dove tutti hanno ragione.
Così si va in punta di piedi, cercando di fare meno danni possibile.

A proposito di far danni, mi viene in mente una riflessione che ha fatto Angelo, di Exploremore , che provocatoriamente diceva che forse l’unico modo di fare turismo sostenibile è quello di stare a casa a piantare melanzane: sarà estremo, ma non ha mica tutti i torti.

Sono le nostre convinzioni, quando abbiamo la pretesa che siano assolute, a creare questi estremismi.

Quello che mi sento di dire io qui, con la scusa dei karen (che mi hanno cucinato un bambù buonissimo), è che non è questione di andare o di restare, è questione di non avere un approccio superficiale e di fare almeno lo sforzo di capire che dietro ogni situazione c’è una storia che tante volte non conosciamo, e che dovrebbe impedirci di dare dei giudizi a priori.
E’ questione di rinunciare all’idea che siamo solo noi quelli che hanno capito tutto. Anche se stiamo a casa a piantare melanzane.

About Cabiria Magni

Asia&Australia addicted, mango lover & certified dreamer. On my way to Shangri-la still practicing with zombie killing. Now backpacker, aspiring yogi for my future lives.

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